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10 dicembre 2015

Beach Slang: The Things We Do To Find People Like Us

“Rock’n’roll is so stupidly important to me. It changed my life, it saved my life, it did all of the things that people write about in books and movies. I want to be a part of making sure this thing hangs around in a way that isn’t embarrassing. I’m hoping we’re at least a part of that movement.”

E così, dopo i due EP che l’anno passato avevano acceso gli entusiasmi dei fanatici dell’indie-rock chitarristico – recuperateli tutti e due, sono bellissimi – i Beach Slang arrivano al debutto vero e proprio con “The Things We Do To Find People Like Us”. Dieci tracce e nemmeno 27 minuti, ma questa è forse la più attesa ed eccitante release dell’anno, se vi piace il genere.

James Alex ha passato i quaranta, ormai, ma è davvero facile scambiarlo per uno di almeno dieci anni più giovane, come se il tempo non fosse passato da quando suonava la chitarra nei Weston, a cavallo del millennio. E le sue nuove canzoni sono quelle di un uomo che non ha mai abbandonato il fuoco dell’adolescenza e l’angst degli anni giovani, intrappolati in vicoli ciechi da cui il rock’n’roll, gli amplificatori a 11, i dischi, i libri e gli amori impossibili sono l’unica via di fuga.

In quartetto con Ruben Gallego, Ed McNulty e JP Flexner, James ha tirato fuori una sequenza micidiale di pezzi meravigliosamente anacronistici, che suonano esattamente come Replacements, Husker Du e chiunque nella storia del mondo abbia portato avanti un’idea di punk esistenziale, rumoroso e melodico. Bastano le prime parole della prima traccia per capire con cosa si abbia a che fare qui:

No, these streets don’t feel like love
They’re not hungry or wild enough
It’s a dead end town for trash like us
I got a full tank and a couple of bucks
I mean, I never got nothing and I never want much
but, man, we’ve got to get out

Estetica loser, epos springsteeniano e un sogno rock’n’roll da acciuffare: in due minuti, “Throwaways” ci introduce al mondo di James con tiro pazzesco e piglio cinematografico – non è difficile immaginare titoli di testa di una pellicola indipendente con un ragazzino di qualche triste suburbia che in cuffia e nel cuore abbia questa musica. E il quartetto iniziale di pezzi – completato dal singolo “Bad Art & Weirdo Ideas”, “Noisy Heaven” e “Ride The Wild Haze” – non concede respiro, sebbene i cori siano sempre cantabili e dietro la spessa cortina di rumore si intraveda una malinconia melodica che non nasconde influenze shoegaze. In tutto questo casino, “Too Late To Die Young” ha le sembianze di un’oasi di pace, costruita com’è su chitarra acustica e archi e, al solito, parole di una purezza commovente:

The lowest lives and the desperate ones,
You are the light of the damaged and fucked.
Baby, turn your heart up.

La quiete prima della tempesta, perché il secondo lato – scusate, ma questa è musica da vinile – riprende a martellare con “I Break Guitars” (ecco, appunto) e “Young & Alive”, per poi calmarsi nuovamente nei tempi medi e nell’arpeggio sospeso di “Porno Love”, brillante di anni Ottanta e luci al neon. “Hard Luck Kid” è il brano che manca all’ultimo degli Hold Steady – un’altra cosa che dovreste riascoltare se vi piacerà questo album – e la chiusura “Dirty Lights” fa esplodere definitivamente gli amplificatori con un ultimo minuto che vi sarà difficile levarvi dalla testa e una killer line che ancora una volta rende manifesto il senso di tutto: I blur all this hurt into sound.

Tutte queste parole per dire che “The Things We Do To Find People Like Us” è uno dei dischi del 2015 e che se queste canzoni non dicono dove andare, di certo dicono come andarci come poche altre hanno saputo fare negli ultimi anni.