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24 dicembre 2015

Intervista ad Adriano Viterbini

Ancora grande musica al Paniere di Crema, e ancora una volta il NeroCartaOro è presente per due chiacchiere con uno dei migliori chitarristi attivi in Italia, il grande Adriano Viterbini in tour per presentare il suo Film|O|Sound.

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D: Sei un chitarrista dalle grandi doti tecniche, da dov’è nata la tua passione per la chitarra e cosa ha fatto scattare la scintilla e dire ‘io scelgo questo strumento’?

R: Innanzitutto grazie, diciamo che io sono un grande appassionato di musica nel senso che amo molto il mio strumento come la maggior parte dei musicisti e chitarristi. Cerco di seguire le cose che mi piacciono e mi fanno stare bene, perciò suono la musica che mi piace, cerco di imparare i linguaggi al meglio che posso, dedico tanto tempo alla mia chitarra e questa cosa può creare dei mix interessanti. E’ tutto nato fondamentalmente dall’idea di fondere tutte le cose che mi sono piaciute. Da ragazzino il primo chitarrista che ho visto che suonava con la chitarra che mi piaceva era Kurt Cobain su MTV, per cui da quella cosa lì è partita la passione per questo strumento che in realtà ha mille sfaccettature e mille opportunità, la chitarra è uno strumento molto più immediato, io ho iniziato col pianoforte dove spingi un tasto, il tasto spinge un meccanismo, il meccanismo tocca la corda… è meno immediato, la chitarra come la tocchi ti da già subito l’opportunità di sentire dei suoni più o meno affascinanti, questa cosa mi piace molto della musica.

D: Ora sei in giro a promuovere il tuo nuovo album, Film-O-Sound, che è un album solista. Da dove è nato questo album e di cosa parla? E come descriveresti le sue atmosfere ed influenze musicali?

R: In questi due anni ogni volta che tornavo a casa da un tour dei Bud Spencer mi mettevo a suonare con tutta una serie di persone/amici con le quali poter condividere questa passione per la musica, che non aveva per forza l’idea di uno sbocco, un album… Per esempio mi sono visto con Fabio Rondanini dei Calibro 35 una volta alla settimana per 1 anno nella saletta sua in garage per cercare di sviluppare e di studiare il linguaggio africano, cosa che poi siamo riusciti un po’ a rendere nostra nel brano “Tubi innocenti”. Sempre in questi due anni sono stato un po’ in tour quando veniva in Italia e qualcosa anche all’estero con Bombino, noto musicista africano. Sono un grande appassionato dei Verdena e conosco bene Roberta e tramite lei ho conosciuto bene anche Alberto per cui è nata un’amicizia di stima reciproca… per cui è tutto nato in maniera spontanea. Ho semplicemente seguito quelle che sono le mie attitudini in modo però abbastanza casuale, gli album a me non vengono in maniera premeditata, diciamo che in questi due anni ho appuntato delle idee che non pensavo potessero diventare qualcosa, poi all’improvviso mi sono accorto che queste 15 idee che avevo (in realtà poi nel disco ce ne sono 11),  erano qualcosa che mi piaceva ascoltare e che mi piaceva far ascoltare. La prima persona che l’ha ascoltato è stata la mia ragazza, poi da lì gli amici, e a tutti piaceva e mi sono detto ‘caspita allora questa è una cosa che è bene condividere’, e ci ho fatto un disco.

D: Visto che l’hai citato, com’è collaborare con Bombino, personaggio dalla storia decisamente affascinante?

R: Significa suonare con una persona che ha un concetto di musica completamente diverso da quello a cui sono abituato io, l’idea del gruppo, del portare avanti la struttura dei pezzi, entrare in quell’ottica vuol dire entrare in un flusso che sai quando inizia il pezzo ma non sai quando finisce. E questo è un modo bello di percepire la musica.

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D: Ultimamente preferisci lavorare in un gruppo stabile come i Bud Spencer o più da solo tu e la tua chitarra e collaboratori occasionali?

R: In questo momento della mia vita credo proprio che tutte e due le cose mi completino. Quando sento l’esigenza di fare qualcosa di più strutturato, rock, con l’idea di suonare davanti a tante persone con uno spettacolo impattante penso che il mio gruppo, i Bud, sia perfetto. Quando però sento anche l’esigenza di fare cose più piccole, anche più sottovoce, dove posso suonare altri generi, posso suonare la musica cubana e un pezzo africano un pezzo jazz e un pezzo blues, quella cosa la posso fare solo in una condizione come quella di stasera e con dei musicisti incredibili con i quali ho l’opportunità di suonare: Ramòn, Piero e Francesco.

D: Non hai mai pensato che se fossi nato oltremanica od oltre oceano avresti avuto una visibilità maggiore e la possibilità di successo internazionale?

R: Credo che probabilmente sarebbero state diverse le cose, magari crescendo che ne so in Tennessee non avrei mai conosciuto o apprezzato la musica tuareg oppure la musica antica italiana, la musica classica, non avrei studiato al liceo passando vicino al Colosseo, non avrei avuto l’opportunità di entrare in una chiesa e vedere dei Caravaggio con la facilità con cui lo faccio adesso. Onestamente non so se sarebbe stato meglio. In termini di visibilità e successo una città come Los Angeles o New York magari mi avrebbero dato più opportunità, però a me interessa molto la qualità della musica che uno fa, e quindi penso che la qualità prima o poi premia in termini più o meno grandi. Mi sento quindi molto felice di quello che sono e di dove sono nato.

D: Sei comunque sempre in tempo ad andare a fare una carriera in America…

R: Devo dire che ogni volta che faccio un disco non penso mai che sia un disco per l’Italia. Penso che sia un disco che deve essere buono qua ma deve essere buono pure da un’altra parte, che sia in Giappone o in Australia… Un concetto di qualità musicale ampio, un ragionamento simile a quello dei Verdena, tra l’altro. Ad aprile tra l’altro andrò in America, il disco esce con un’etichetta americana, farò un giro lì.

D: E hai in programma qualche collaborazione con artisti internazionali?

R: Sì. Però non ve lo posso dire. (risate)

D: Nell’ultimo album dei BSBE siamo rimasti incantati dalla copertina dalla landa desolata e da quello che noi abbiamo chiamato il dio tramezzino, ma che significato ha?

R: È il nostro terzo disco, e volevamo fare qualcosa di semplice, e l’idea del triangolo ci piaceva ma ci sembrava un po’ banale, per cui abbiamo cercato di dissacrare un po’ sta cosa del triangolo classico, invece che metterci dentro un occhio mettiamoci un cazzo di tramezzino!

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D: Ritieni che il rapporto col pubblico e il fatto di suonare in tanti live sia fondamentale per un artista?

R: È sacro. Salire sul palco è un momento dove ogni volta si sale come se fosse l’ultima volta, per cui cerchiamo di dare sempre il massimo, perché sappiamo che questa è una dimensione che ci siamo guadagnati ma allo stesso tempo un po’ è una fortuna. Andare avanti con la musica, avere questo pallino per la musica crediamo sia una cosa che faccia bene allo spirito, alla vita, per cui ci sentiamo molto fortunati e cerchiamo di celebrare ogni volta questo momento al meglio. Per noi e soprattutto per la gente che ci ascolta.

D: Nella nostra zona la scena dei locali live è abbastanza deludente, cosa consiglieresti ad un giovane che si butta nel campo della musica?

R: Io credo che chiunque voglia riuscire a far sentire la propria musica debba mettersi nell’ottica che deve uscire di casa e farsi tanti chilometri, andare in giro ovunque a suonare, senza magari avere all’inizio tanto ritorno. Non è una vita facile, ma allo stesso tempo è una vita meravigliosa. C’è questa frase sul mio cd che ho preso da un libro di Herman Hesse, che dice che un buon artista è destinato ad avere una vita non propriamente felice, perché ogni volta che ha fame quando apre il proprio zaino dentro ci trova solo perle, come a dire che un musicista o un artista si nutre di cose belle anche se quelle cose non sono quelle che servono a nutrire il corpo, è più una questione spirituale. Ma se la si ama secondo me è una bella vita.

D: Cosa stai ascoltando ultimamente?

R: Il disco dell’anno è degli Alabama Shakes (Sound & Color), l’ultimo di Johnny Greenwood con un gruppo africano, Multi-Love degli Unknown Mortal Orchestra…

D: Ultima domanda. Visto che questo tuo nuovo album si adatta bene per essere colonna sonora, tu per cosa lo useresti nella tua vita, un viaggio, un film, o anche solo una serata divano vino rosso e disco?

R: Io ho l’abitudine di ascoltare molta musica quando sto in macchina. Quindi a volte prendo la macchina e vado a farmi un giro, è una cosa che mi fa star bene e mi rilassa. E spesso mi è successo di ascoltare questo disco, di solito non ascolto molto le cose che faccio, mi angoscia. Invece questo album mi piace perchè è un disco che anche se lo metti ci puoi parlare sopra, è un disco che mi trasmette tranquillità, per questo si presta.